Il climatologo
Massimiliano Fazzini interviene sugli eventi di queste ore.
Massimiliano
Fazzini (climatologo – geologo e
Coordinatore del Team sul Rischio Climatico della Società Italiana di Geologia
Ambientale): “Quindi, se sino a qualche anno fa precipitazioni abbondanti come
quelle registrate nelle ultime 48 ore sui crinali dell’Appennino tosco –emiliano
– romagnolo erano quasi sempre a carattere nevoso sino alle quote medie – e
dunque la risposta idraulica era meno “impulsiva“, ora piove anche sulle cime e
dunque tutta l’acqua precipitata sotto forma di precipitazione arriva
ruscellando rapidamente e quasi totalmente nei bacini idrografici , con gli
effetti deleteri osservati nella giornata di ieri. Nell’ultimo ventennio, a
causa dell’aumento delle temperature, e conseguentemente dell’energia a
disposizione del complesso sistema terra –mare – atmosfera; queste
fenomenologie stanno divenendo sempre piu frequenti anche in Primavera”.
Francesco
Stragapede (geologo – Presidente della sezione
Toscana della Società Italiana di Geologia Ambientale): “Dopo l'evento alluvionale sono emerse le principali problematiche
del territorio con fossi campestri incapaci di smaltire le acque, una rete
idrografica inadeguata, una rete fognaria poco efficiente, che ha prodotto
diffusi allagamenti con l'inagibilità di moltissime abitazioni, estese aree
urbane e diverse infrastrutture di collegamento, oltre a moltissime instabilità
di versante ed edifici di valore storico”.
“Le
alluvioni” che da “illo tempore” colpiscono il territorio fisico
italiano ed in generale del Mare Nostrum avvengono quasi totalmente nella
seconda parte della stagione autunnale. La climatologia del bacino
mediterraneo, del resto, evidenzia che le precipitazioni più estese e
persistenti, di natura frontale ma molto spesso esacerbate dalla complessa
orografia avvengono nel bimestre ottobre-novembre e caratterizzano i climi
submediterranei. All’abbondanza e all’estensione delle precipitazioni si
associano temperature generalmente miti e soprattutto la tipologia di masse
d’aria – quasi sempre di matrice mediterranea – che causano queste
fenomenologie dai risvolti spesso drammatici su un territorio fortemente
urbanizzato.
Nell’ultimo
ventennio, a causa dell’aumento delle temperature, e conseguentemente
dell’energia a disposizione del complesso sistema terra –mare – atmosfera;
queste fenomenologie stanno divenendo sempre più frequenti anche in primavera,
ad esempio tra marzo e maggio ed hanno causato gli episodi di maggiore rischio
idrogeologico”. Lo ha affermato Massimiliano Fazzini, climatologo, geologo e
Responsabile del Team sul Rischio Climatico della Società Italiana di Geologia
Ambientale.
Cosa
dunque è cambiato evidenziando che la Primavera è la seconda stagione
ampiamente più piovosa. E sulla catena Appenninica nevica solo sulle vette.
“Cosa è
cambiato più in dettaglio nel quadro climatologico dinamico del bacino
mediterraneo nella stagione primaverile? Innanzitutto, occorre evidenziare che
la Primavera è la seconda stagione mediamente piu piovosa dopo l’Autunno ma è
stata sempre caratterizzata da fenomenologie meteoriche più irregolari e brevi,
quasi ad anticipare il comportamento pluviometrico dell’estate mediterranea. Ma
ciò che risulta ancora più evidente e confermato dai dati dell’appena concluso
inverno meteorologico – ha continuato Fazzini - è che in particolare
sulla catena appenninica “non nevica più” o meglio ancora nevica “solo sulle
vette” .
Sino alla
fine del XX secolo, ad esempio, anche sugli Appennini si poteva sciare sino a
Pasqua; ora, se non si ricorresse all’innevamento tecnico, difficilmente ciò
potrebbe avvenire. Oltretutto, anche in occasione delle nevicate “tardive”,
peraltro sempre più frequenti, il manto nevoso rimane al suolo brevemente, a
causa di una repentina ablazione sino alle quote più elevate. Negli ultimi
anni, in aprile - maggio, anche sui grandi massicci montuosi dell’Italia
centrale, la neve “resiste estesamente” solamente sulle vette. Quindi, se sino
a qualche anno fa precipitazioni abbondanti come quelle registrate nelle ultime
48 ore sui crinali dell’Appennino tosco –emiliano – romagnolo erano quasi
sempre a carattere nevoso sino alle quote medie – e dunque la risposta
idraulica era meno “impulsiva“, ora piove anche sulle cime e dunque tutta
l’acqua precipitata sotto forma di precipitazione arriva ruscellando
rapidamente e quasi totalmente nei bacini idrografici , con gli effetti
deleteri osservati nella giornata di ieri.
Fa parte,
tutto ciò, dell’estremizzazione climatica derivante dal sovra evidenziato
incremento delle temperature – dell’aria ma anche dell’acqua e del suolo” e
dunque, senza molti giochi di parole, urge sempre di più intervenire con opere
idrauliche – se necessario anche di notevole magnitudo – per mitigare il
rischio associato. Ricordiamoci che se non fosse stato realizzato il tanto
criticato “bilancino”, Firenze ieri sarebbe probabilmente andata “sott’acqua”.
I tempi delle prevenzione del rischio sono morti e sepolti, ora si deve agire e
basta, in particolare sui cosiddetti “bacini minori” . Pena, la sempre maggiore
probabilità di perdita di beni e soprattutto di vite umane”.
Il
geologo Francesco Stragapede, Coordinatore della Società Italiana di Geologia
Ambientale – sezione Toscana, è sui posti!
“Dopo
l'evento alluvionale sono emerse le principali problematiche del territorio con
fossi campestri incapaci di smaltire le acque, una rete idrografica inadeguata,
una rete fognaria poco efficiente, che ha prodotto diffusi allagamenti con
l'inagibilità di moltissime abitazioni, estese aree urbane e diverse
infrastrutture di collegamento, oltre a moltissime instabilità di versante ed
edifici di valore storico.
Manutenzione
disorganica dei sistemi di regimazione – ha dichiarato Francesco Stragapede,
Coordinatore della Società Italiana di Geologia Ambientale – sezione Toscana - interventi
strutturali programmati da decenni in attesa di realizzazione, progressiva
urbanizzazione senza interventi di superamento delle locali criticità,
inadeguata valutazione dei rischi negli strumenti di pianificazione e l'assenza
di una programmazione del loro superamento costituiscono la base del
progressivo dissesto idrogeologico che coinvolge sia il tessuto urbano che
quello produttivo mettendo a dura prova il tessuto culturale e sociale del
territorio”.